• Giorgio Battaia

Maus

Nel 1948 nasce a Stoccolma Art Spiegelman, pochi anni dopo si trasferirà negli Stati Uniti assieme alla sua famiglia. Negli anni perseguirà, contro il volere del padre, una carriera da fumettista e, assieme alla moglie Françoise ed altri collaboratori, fonderà la rivista Raw, ma a determinare la sua fama internazionale sarà proprio la figura paterna, sopravvissuta al più grande massacro della storia: l’Olocausto.

Da quel racconto nasce Maus, che non è solo la terribile esperienza di Vladek (il padre di Art), ma va anche oltre: Art presenta chi gli parla, alternando perfettamente la vita negli anni 80’ e negli anni ‘40, in Polonia e negli Stati Uniti, il presente e il passato attraverso una struttura a cornice nella quale Vladek si racconta in prima persona. Grazie a questa successione riusciamo ad avere un quadro decisamente più ampio del personaggio di Vladek, dal giovane imprenditore che si aggirava nel ghetto di Varsavia in cerca di uno scambio fortuito al vecchio un po’ burbero, con scatti d’ira, avaro, sempre polemico nei confronti della seconda moglie, Mala, e alle volte apertamente discriminatorio o addirittura razzista. Art stesso si rammarica del fatto che suo padre rispecchia sotto certi aspetti lo stereotipo negativo dell’ebreo, che però possiamo negare con altri personaggi della contemporaneità, come Mala e Pavel. Art non ci mette di fronte eroi da elogiare o vittime da compatire, come spesso accade nei libri sul tema delle persecuzioni, ma uomini completi come tanti, solo con un evento più particolare nella loro formazione. Un altro tema è il confronto generazionale che perdura per tutto il fumetto: Vladek è sopravvissuto ad Auschwitz, ma è Art a sentire il dovere di raccontare e a portare il peso di ciò che non ha vissuto. Graficamente il fumetto è diventato un’icona: i topi sono gli ebrei e i nazisti sono i gatti sadici e violenti che tentano lo sterminio totale dei topi. Lo stile di disegno, seppur ricco di dettagli, si mantiene semplice per effetto dalla linearità dei personaggi e del layout classico e schematico, che tralaltro rende i vari passaggi temporali quanto più piacevoli e di facile lettura, ma sa modificarsi per dare il giusto peso alle scene più drammatiche e struggenti: non mancano le pagine nere di disperazione nel campo di Auschwitz.

Il fumetto ha ottenuto nel 1992 uno speciale premio Pulitzer e, per concludere, proporrei il pensiero di un grande intellettuale nostrano, Umberto Eco:


“Maus è una storia splendida.Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”


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