• Beatrice Verga

Cancel culture: bisogna correre ai ripari

Cosa significa esattamente “cancel culture”? Letteralmente, l’espressione si può tradurre con “cultura dell'annullamento” o “cultura della cancellazione”, ma, se andiamo poi oltre la traduzione letterale, si può affermare che si tratta di una forma moderna e attualissima di censura: con il termine di intende infatti un atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualcosa di offensivo o politicamente scorretto, e che vengono di conseguenza emarginati da gruppi sociali, professionali e lavorativi, perdendo quindi il gradimento del pubblico e il suo sostegno. Negli ultimi anni si è parlato molto di cancel culture dal momento che, attualmente, ne si può contare circa un caso al giorno: dalla morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 durante l'arresto da parte della polizia di Minneapolis, ad esempio, si sono registrati numerosi episodi di violenza (in particolare negli USa e nel Regno Unito), in cui i manifestanti avevano come obiettivo rimuovere quelle statue o quei monumenti considerati simboli di un passato razzista e schiavista del paese. C’è da dire però che l’espressione “cancel culture” ha una connotazione abbastanza negativa, in primo luogo perché i social favoriscono lo scambio di battute veloci, ma spesso troppo semplici e contraddittorie, a svantaggio di un serio confronto sul tema trattato (ad esempio, il razzismo viene decontestualizzato e, quindi, sminuito), e poi perché “cancellare” non è mai la soluzione adeguata: si può definire immaturo l’atteggiamento di coloro che nascondono un problema pensando si risolva da solo. Possiamo quindi affermare che la cultura della cancellazione, oltre a ledere spesso il diritto della libertà d'espressione e a estremizzare politically correct, è da molti osteggiata.

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