• Davide Palazzi

Capitolo I

Dal diario di Aurelius Phoenix

Ciao Al,

da oggi sarai il mio diario. Ho deciso di iniziare a scrivere i miei pensieri perché voglio fare felice il mio maestro. Infatti vuole che impari a fare quegli strani segni che lui chiama lettere. Mi ha consigliato di considerarti come un amico, quindi io mi presento: sono Aurelius Phoenix, un ragazzo orfano di guerra figlio di Alchimisti. Da molti anni ormai una guerra sconvolge tutta la zona dove abitiamo, e mentre tutti si curano di come combattere, nessuno si preoccupa per noi figli di valorosi soldati abbandonati a noi stessi. Però credo che a tutti sia data una possibilità, e la mia si chiama Didaskalos Giulius Typhoon.

Ero uscito dalla mia catapecchia a cercare del cibo, ma la pioggia mi aveva sorpreso e mi ero dovuto rifugiare sotto una piccola tettoia naturale che sporge dalla parete rocciosa del monte Monte Clover. Tutto d’un tratto una luce accecante illuminò il cielo grigio, seguito subito da un rombo impressionante. 3 piccole stelle nacquero da esso e si inseguirono sotto le nuvole, rilucenti di verde, rosso e blu. Quella color foglia cadde, come una meteora, verso il pantano di fango in cui il terreno si era impastato con le lacrime degli Antichi cadute dal cielo. Fu lì che lo vidi la prima volta: un uomo giovane, con i lunghi capelli castani che sfuggivano dalla crocchia che aveva in testa appiccicati sul volto dalla pioggia, che precipitava inesorabilmente mentre il suolo lo aspettava famelico. Con i miei rudimenti di Alchimia riuscii a creare un soffice cuscino d’aria che attutisse la sua caduta, ma l’impatto fu comunque molto violento. Lo trovai sdraiato in una pozza di fango e sangue, gli occhi strabuzzati e il fiato corto. Mi avvicinai timoroso allo sconosciuto, ancora coperto da qualche traccia di Ventus che riluceva di verde spento. Il suo Grimorio cadde al suo fianco, anch’esso illuminato appena da qualche riflesso. La sua mantella, ormai zuppa di sangue e fango, indicava che era un Ventae, un soldato dell’Esercito Alleato capace di utilizzare il raro elemento che univa Aere a Motus, uno degli Elementi più complessi da evocare. La compassione e la pietà verso di lui presero il sopravvento sulla diffidenza e sull’insicurezza, così mi abbassai e gli misi un braccio sotto la schiena e cercai di tirarlo a sedere. Come lo tirai su una scintilla di vita torno nei suoi occhi vitrei, che mi fissarono riconoscenti. Cercai di rimetterlo in piedi per portarlo dove mi ero rifugiato dalla pioggia, ma appena mi volsi a guardare la schiena vidi una lacerazione sporca di fango che la attraversava in diagonale dalla scapola destra alla sommità del bacino, il sangue che scorreva copioso. Alla vista di quella deturpazione caddi all’indietro e sfogai tutta la tensione che avevo accumulato con un grido di disperazione che squarciò la foresta dove ero andato a caccia. Probabilmente attirati dal mio panico, dei famelici corvi si avvicinarono al corpo per farne scempio. Con le lacrime agli occhi cercai di scacciare quegli uccelli del malaugurio dal Ventae, al costo di farmi beccare al suo posto. Fu allora che una luce bianca ci illuminò dal foro che il soldato aveva lasciato nella fitta chioma degli alberi.


Continua...


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