• Davide Palazzi

Capitolo II

Aggiornamento: 13 feb

Capitolo 2

Dal diario di Aurelius Phoenix

[...]

Con le lacrime agli occhi cercai di scacciare quegli uccelli del malaugurio dal Ventae, al costo di farmi beccare al suo posto. Fu allora che una luce bianca ci illuminò dal foro che il soldato aveva lasciato nella fitta chioma degli alberi. Quasi spaventati da questo forte luccichio i corvi si levarono dal corpo del valoroso soldato e indignati volarono lontano da quei candidi raggi bianchi. In lontananza il forte suono dei corni di battaglia echeggiava per epici campi di battaglia sconosciuti, dando coraggio ai soldati amici e intimorendo i nemici. Sentii un formicolio alla nuca, quasi qualcuno mi stesse fissando, ma quando mi girai non trovai nessuno nascosto nel limitare della radura.

- Dovresti fare attenzione a chi aiuti, marmocchio - proruppe una voce dall’alto.

Mi girai di scatto verso le fronde degli alberi e finalmente compresi la fonte del lampo di luce che illuminava lo spiazzo: un grande omone barbuto stava seduto a cavalcioni del ramo, vestito di verde con una collana piena di denti di leone sul petto scoperto e un buffo cappello che, coprendogli parte della spalla, terminava con una grande nappa.

- C-Chi sei tu?! - chiesi in con un singhiozzo strozzato in gola

- Non mi importa di far sapere la mia identità ad un marmocchio plebeo, per di più orfano! -

Sentii il tempo rallentare: nessuno mi aveva mai chiamato così: un Orfano.

Orfano.

Orfano.

Quella parola riecheggiava nella mia vita da quel giorno, quel 16 ottobre ormai lontano, fuggito da me rubandomi tutto ciò che più amavo. Rimbalzava nella mia mente ogni secondo, ora, giorno di questa esistenza vuota e piatta.

In una frazione di secondo raccolsi quel poco Mana di cui disponevo. Sentivo la rabbia crescere repentina nel mio petto, quasi una belva che volesse divorarmi da dentro. Una bolla di fertile terriccio si levò intorno al ferito, mentre una spessa asta di argilla emergeva dal terreno modellandosi in una lancia rossa. Plasmatasi la terra color sangue estrassi l’arma, spezzandola alla base per strapparla del tutto dal terreno. Purtroppo non avevo molto Mana rimasto, mi sarei dovuto limitare a sfruttare quella minima quantità di Humus, l’Elemento più efficace in questa situazione: infatti l’Aqua si sarebbe appesantita per via della pioggia, l’Ignis si sarebbe spento subito e l’Aere sarebbe stato troppo disturbato dalle correnti circostanti.

- Impressionante, per essere una nullità figlia di due plebei crepati. Hai finito? - se la rise quello.

Un urlo disumano proruppe dalla mia gola, travolgendo e affogando tutto nel mio odio sempre crescente verso quello strafottente.

- Non lo toccherai - : furono queste le prime parole che pronunciai appena ripresi fiato, il tono della voce apparentemente calmo e piatto che nascondeva tutta la collera che covavo. La mia ira usitionante si era solidificata in qualcosa di solido e decisamente più pericoloso.

Strinsi la lancia acuminata e la impugnai con tanta forza da far sbiancare le nocche.

- Beh? Non siamo in un anime, non vince chi urla più forte - disse lui mentre una beffarda risata prorompeva dalla sua gola. Si mise in piedi e scese dal ramo con un balzo felino, rallentando all’ultimo creando un cuscino d’aria. Nella caduta dalle sue mani nacquero delle lame di metallo lucido, gocciolando per la pioggia.

- Hai ragione, non vince chi urla di più- disse una voce femminile da dietro la bolla di terra che avevo evocato: - Vince il più forte.

Continua...


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