• Davide Palazzi

Capitolo VI - Scappa!

Dal diario di Aurelius Phoenix [...] Chiesi indicazioni ad un fabbro lì vicino riguardo all’uscita e, una volta tornato nel mondo esterno, mi avviai verso la mia vecchia vita. Man mano che mi allontanavo dall’accampamento, che si trovava su un’altura a strapiombo su un fosso scuro, notavo come la natura si facesse sempre più fitta e selvaggia, tendendo sempre più ad assomigliare ad una palude melmosa che ad un reale bosco: stavo tornando casa. “Chissà cosa dirà la mia sorellina del fatto che suo fratello ha salvato un soldato” continuavo a pensare. Tuttavia più mi allontanavo dalla strada segnata per avventurarmi nella palude dove si trovava la nostra catapecchia più notavo dettagli anomali, come qualche ramo spezzato e le impronte per terra. Nonostante pensassi fosse un semplice avventuriero perso, un vago sentimento di inquietudine mi crebbe in petto, costringendomi prima a camminare più rapidamente, poi a correre blandamente per fare più veloce fino ad accorgermi che stavo correndo a perdifiato: i rovi continuavano a graffiarmi ma nulla mi importava: volevo tornare a casa, nonostante il mio istinto mi avvisasse che attualmente era il luogo più pericoloso possibile per me. Appena arrivai in vista della catapecchia però mi tranquillizzai: sembrava tutto normale. Con l’inquietudine che mi trascinava dal petto mi avvicinai cautamente alla porta, sperando di trovare tutto normale, ma subito capii che qualcuno aveva fatto irruzione: la maniglia era totalmente divelta e il lucchetto fuso a terra. Aprii con un calcio disperato la porta: la mia vita andò in pezzi appena entrai in casa: un omaccione nerboruto teneva mia sorella per i capelli e la stava trascinando per la stanza verso l’unica finestra che c’era. Si girò e con uno sguardo gelido mi fulminò: sentii come se le gambe avessero perso la loro consistenza, e mi accasciai a terra, mentre una pesante cappa nera mi copriva la vista.

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