• Davide Palazzi

Capitolo VII: Giuramento

Dal diario di Aurelius Phoenix [...] Si girò e con uno sguardo gelido mi fulminò: sentii come se le gambe avessero perso la loro consistenza e mi accasciai a terra, mentre una pesante cappa nera mi copriva la vista. Non so realmente quanto tempo fosse passato da quando ero svenuto, ma quando mi risvegliai mi trovavo solo, accasciato sul pavimento di legno pieno di schegge e tarli. Ci misi un po’ a metabolizzare cosa era appena successo: mia sorella era stata rapita da un uomo in nero capace di utilizzare l’arte dell’ipnosi oculare, basata sull’utilizzo di una carica di elettricità condotta attraverso l’aria. Infinite domande affollavano il mio cervello: come era potuto succedere, e soprattutto perché proprio a me e mia sorella, che eravamo l’uno per l’altra l’ultimo barlume di una famiglia distrutta dal Disastro Alchemico. Ci misi ancora qualche momento a riprendere abbastanza equilibrio da potermi rialzare del tutto, appena fui capace, cercai in giro per la stanzona della casa il vecchio bastone da passeggio di mio padre per appoggiarmi mentre scappavo da lì: non era sicuro rimanere, prima che tornassero a fare un’altra visita. Trovarlo non fu difficile: sebbene fosse molto disordinata, infatti, la nostra catapecchia era composta da un’unica stanza, divisa da delle linee di gesso sul terreno: avevamo la zona del focolare al centro, incassata nel terreno in modo da non causare incendi, con intorno un paio di letti sudici, un tavolaccio dove buttavamo alla rinfusa tutti i vestiti perché mia sorella, a casa tutti i giorni per la malattia, li lavasse, e infine una sottospecie di armadio che conteneva gli attrezzi per lavorare l’orto fuori casa, che però al momento non era utilizzabile per il clima rigido. Appena tirato fuori dall’armadio, subito mi appoggiai al bastone intagliato da mio padre con figure astratte e mi incamminai verso la porta, cercando di muovere ogni passo con sicurezza sempre maggiore al precedente, nonostante il dolore lancinante che mi esplodeva nei muscoli ad ogni appoggio. Fu esso che mi condusse davanti a me stesso: “Giura” mi ripetevo, “Giura che non succederà mai più”. - Giuro - Ripetei ad alta voce, mentre mi incamminavo verso la strada maestra in cerca dell’accampamento: per mantenere il mio giuramento mi sarei arruolato e allenato ad ogni costo, anche la vita.

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