• Davide Palazzi

Dante e Ulisse: l'umano ingegno

Il canto ventiseiesimo è una delle parti che a moltissime persone, me compreso, piacciono di più dell’intera divina commedia: il capitolo dove Dante, nel suo viaggio negli Inferi, incontra nell’Inferno l’eroe greco. È tanto legato all’umanità che pure in luoghi dove essa sembra non esistere, come i campi di sterminio, Primo Levi, come racconta in “Se questo è un Uomo”, cercava di spiegarlo ad un cuoco. In questi 33 versi troviamo racchiusa la concezione dell’umanità, impersonata da Ulisse stesso, come troviamo ad esempio nel verso

“Ma misi me per l’alto mare aperto”

È impressionante la potenza comunicativa di questo “me”, che quasi lascia intendere come l’umanità, rappresentata da Ulisse, si sollevi al ruolo di Dio, per indicargli il cammino.

Per tutto il capitolo la tensione è così alta che le parole sembrano un fiume in piena, sgorgano a non finire e sembra che non gli interessi la misura del verso:

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica;


indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori, e disse: «Quando


mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enea la nomasse, [...]”

Sembra quasi che mentre si legga o reciti questo canto non sia ammessa la possibilità di fermarsi, che la voglia di “seguir virtute e canoscenza”, come dice Ulisse nel suo discorso ai compagni per convincerli a partecipare al suo viaggio nell’emisfero australe, sia talmente tanta da negare totalmente ogni idea di pausa.

Infine la parte più celebre:

“Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza"

Ecco ciò che dovrebbe fare l’umanità in ogni caso: ricordare da dove veniamo, chi siamo e, considerato ciò, seguire in ogni caso la via della conoscenza.

Ricordatelo, sempre.

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