• Filippo Codegoni

I fratelli cervi

Tra le vie di una città, può capitare di imbattersi nella via “fratelli Cervi”, il cui nome, perlopiù sconosciuto alla gente, indica una storia e una tragedia avvenuta nella seconda guerra mondiale. I Cervi sono una famiglia emiliana che, all’indomani della caduta del fascismo (8 settembre del ‘43), iniziò a supportare delle unità di partigiani o sbandati decisi a resistere e a organizzare alcuni piani di resistenza e di sabotaggio, venendo poi fucilati nel dicembre del ‘43. Ma vediamo le cose nel dettaglio. Dopo l’armistizio di Cassibile, l’esercito italiano è allo sbando, mentre i tedeschi (che si prospettavano un voltafaccia italiano) occupano fulmineamente lo stivale e imprigionano la maggior parte delle truppe italiane allo sbando. Molti di questi sbandati però, si rifugiano sulle montagne o nei boschi. I Cervi, già dai primi giorni, forniscono assistenza e rifornimenti a questi ribelli (che formeranno poi le prime brigate partigiane), nascondendoli in casa loro o nei boschi circostanti. La notte del 24/25 novembre del ‘43, una pattuglia di ronda dei fascisti scopre in casa dei Cervi un disertore italiano e alcuni russi evasi e nascosti dalla famiglia. Catturati e imprigionati nel carcere di Parma, i sette fratelli verranno fucilati nel poligono di tiro di Reggio Emilia, mentre il padre riuscirà a fuggire. Oggi sono pochi coloro che conoscono la loro storia, eppure furono tra i primi a combattere e a morire durante il periodo di guerre partigiane. È un peccato che i libri si concentrino solo sui grandi avvenimenti del mondo e non diano il minimo spazio a quelle storie e azioni che, seppur insignificanti, ci permettono di capire a fondo la tragedia della guerra e quanto sia stato alto il prezzo per la libertà.

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