• Giorgio Battaia

Kobane Calling

“Mi prometti che stai attento? Davvero. Guidano peggio che a Napoli, là” questa è l’ironica, ultima frase detta dalla madre (riportata da Zero) prima che il figlio parta alla volta di Kobane per la prima volta, nel 2015. E’ esemplare il distacco rappresentato dall’avvertimento di stare attento alle auto in una zona di guerra, a due passi dall’Isis. Ma è alquanto ipocrita criticarla: le strade le abbiamo di fianco mentre il Kurdistan è a migliaia di chilometri di distanza, è facile e immediato preoccuparsi delle macchine che passano per Roma, più difficile e meno scontato preoccuparsi del proiettile sparato da un militante jihadista tra le montagne siriane. La maggior parte di noi vive tranquillamente senza la necessità di saperlo, al massimo ne sentiamo parlare come strumento da comizio elettorale, ma c’è anche chi decide di interessarsi e magari di andare a toccare con mano le zone calde in questione, per interesse intellettuale che va’ oltre i media, per i principi di resistenza, per darsi l’aria di “fumettista impegnato” o semplicemente per cuore. Nel primo viaggio in verità giunse a pochi chilometri (tre fermate, come la metro Rebibbia-Santa Maria del Soccorso, ci dice Zero) da Kobane, nella cittadina turca di Mehser. In questo “primo sguardo” possiamo già vedere un altro punto cardine della questione curda, in parte comune alla nostra europea: la Turchia. Se all’inizio sembra che la grande minaccia sia lo Stato Islamico, pian piano, con la progressiva ritirata di quest’ultimo, il governo turco si fa sempre più pressante. Già si era dimostrato pronto a reprimere ogni tentativo di protesta o indipendentismo interno: nel ‘99 il leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan fu arrestato ed imprigionato, nel 2002 è anche riuscito a inserire lo stesso PKK nella lista dei gruppi terroristici dell’Onu, durante la lotta in Siria sostennero gli jihadisti dell’Isis contro i curdi, le dogane sono estremamente severe nel non lasciar passare aiuti (com’è ben descritto nel fumetto), fino all’utilizzo delle armi e al carcere duro contro i protestanti (una delle combattenti descritte è scappata dopo la sentenza a 98 anni per aver protestato a favore dell’ambiente) e all’occupazione diretta di diversi territori siriani con l’esercito. Ma in Kobane Calling i curdi non sono certo rappresentati come dei piccoli cuccioli d’armadillo capaci solo di fare le vittime: tutto il contrario. Soprattutto durante il suo secondo viaggio nel 2016 tra Turchia, Iraq e Siria, Zero non nasconde la durezza della guerra nella città di Kobane, appena liberata, come non nasconde le opinioni degli altri popoli che vivono nelle zone curde e mostra anche gli esperimenti di governo secondo il confederalismo democratico teorizzato dal già citato Ocalan, basati su principi come la convivenza etnica e religiosa, la partecipazione, l’emancipazione femminile, la redistribuzione delle ricchezze e l’ecologia, i quali permeano l’atmosfera del fumetto. E qualcuno potrebbe anche dire (servendosi dell’impostura di George Pig, fratello della Peppa, utilizzata da Zero per definire il lettore più polemico): <<Ok, va bene, pure nella Costituzione italiana sta scritto “Repubblica fondata sul lavoro”, eppure…>>. Beh, è vero che spesso i fondamenti non sono tanto rispettati dai loro stessi detentori, ma nel governo curdo sembrerebbe veramente essere uno sforzo costante per tendere a questi, come nell’esercito di resistenza, composto dal 40% da donne, con unità esclusivamente femminili, e con famiglie arabe, curde e turche che piangono i loro caduti, tra i quali giacciono anche degli italiani, o almeno tutto questo fu ciò che il Kurdistan rappresentò per Zerocalcare. Kobane nel 2016 era un simbolo elogiato in tutto il mondo, nonostante a possederla ufficialmente era un “gruppo terroristico”. La contraddizione è lampante e per chiarire dovremmo toccare con mano le mani di Cristo come Tommaso, ma anche il fumetto di Zerocalcare è un buon modo per saggiare una fonte diversa e, grazie all’iconico dialetto romano, lo stile paranoico-adolescenziale gremito di citazioni pop, scorrevole e divertente.

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