• Giorgio Battaia

Le guerre dell’oppio: Europei narcotrafficanti - I parte

Aggiornamento: 18 nov 2021

Siamo nel 16 dicembre 1773, a Boston, città coloniale del Nord America, al porto si vede una nave dove degli indipendentisti stanno gettando in mare delle ceste piene di tè come atto di protesta verso la corona inglese, verso tasse come la Stamp Act e il Tea Act. Questo simbolo di rivolta è chiamato Boston Tea Party, ed uno dei suoi protagonisti è cinese: il tè. Introdotto nel Vecchio Continente verso la fine del XVII secolo, divenne una routine per gli inglesi del XVIII fino ad arrivare, nel XIX, all’importazione di 28 milioni di libbre di tè all’anno, prevalentemente dalla Cina. “Gli inglesi non riescono nemmeno a vivere senza tè!” si dicevano i cinesi. Per pagare, gli inglesi utilizzavano l’argento proveniente dal Sud America, essenziale per la continua crescita economica dell’impero Qing. Però quando nel Nuovo Mondo iniziò il periodo delle rivoluzioni, la tratta divenne troppo rischiosa e i mercanti dovettero trovare una nuova merce di scambio, e la trovarono: l’oppio. Sia chiaro, nell’impero l’importazione di oppio era stata vietata dall’imperatore Yongzheng fin dal 1729, ma all'ingresso nel nuovo secolo la crescita demografica aveva ormai superato la soglia di sussistenza della popolazione stessa: in poco tempo l’inarrestabile ascesa si trasformò in una gigantesca crisi. Disoccupazione, rivolte, disastri naturali, corruzione e dissesto economico. “l’impero più colto del mondo”, come l’aveva definito Immanuel Kant, stava implodendo. Non bisogna stupirsi se in questa situazione la domanda cinese dell’oppio del Bengala cresceva sempre di più. A causa della scarsità d’argento la moneta di rame perse in fretta valore e i lavoratori pagati con quest’ultima non riuscivano più a sopravvivere al fisco. Casse vuote e contadini indebitati, nel mentre molti funzionari ed interi battaglioni erano inabili al lavoro a causa della droga. Il governo non poteva ignorare il problema. Tra gli anni ‘20 e ‘30 alla corte di Daoguang arrivavano le proposte più disparate per risolvere la situazione: si andava dalla legalizzazione e tassazione dell’oppio al rigoroso divieto d’importazione, se non alla pena di morte per gli oppiomani. Alla fine dal dibattito uscì vincitrice la linea dura ed i teschi dei contrabbandieri furono esposti sulle lance, le loro navi distrutte e le condanne a morte per trafficanti e dipendenti divennero quotidiane. A Guangzhou, il maggior porto della Cina meridionale, arrivò l’intransigente Lin Zexu che nel 1839 fece arrestare 350 stranieri e distruggere 20 000 ceste d’oppio, oltre a migliaia di pipe. Infine scrisse una lettera indirizzata alla regina Vittoria d’Inghilterra: “Dov’è, di grazia, la Vostra coscienza? Ho sentito dire che nella Vostra terra l’oppio è severamente vietato: dunque Voi sapete esattamente quanto sia dannoso per l’uomo. Se Voi non permettete che un tale danno sia portato nella Vostra terra, non dovreste neppure trasferirlo in altri paesi, neppure in Cina! […] Ho sentito dire che Voi, nobile regina, avete un cuore buono e magnanimo: di certo non volete <<fare ad altri ciò che non vorreste fosse fatto a Voi>>” (Lin Wenzhong gong zhengshu 5) Questa contraddizione messa in luce da Lin Zexu valse meno di un sassolino nel Parlamento inglese: l’opposizione all’<<infame contrabbando>> portato da una frangia della Camera dei Comuni fu inutile di fronte alla potenza del nazionalismo e degli interessi di mercato. Se per i Qing l’oppio era una questione di danni e costi, da decidere ponderatamente, invece per gli inglesi era ormai una questione d’orgoglio nazionale dunque non ci potevano essere dubbi. Così nel 1840 una flotta con 4000 soldati su 48 navi, tra cui 4 battelli a vapore corazzati, utilizzati per la prima volta in guerra, era appostata nel Mar Cinese Meridionale e, dopo il fallimento del blocco navale e dei primi incontri, assalì le coste cinesi. Il divario tecnologico fu evidente: barche di legno contro navi con cannoni e corazze, spade e lance contro fucili, milizie contadine contro eserciti professionisti. Ghuangzhou fu occupata e ne seguirono molti altri porti meridionali, gli inglesi risalirono lo Yangzi e arrivarono fino a Nanjing (Nanchino) e sarebbero arrivati fino a Beijing (Pechino) se non fosse stato per la resa del governo centrale nel 1842. Alla pace di Nanjing gli Inglesi imposero ai Qing i pagamenti di guerra, l’apertura di molti porti, la notevole riduzione dei dazi, il riconoscimento dei diplomatici inglesi, la cessione dell’isola di Hong Kong e (in seguito) il diritto di extraterritorialità (ovvero la possibilità di utilizzare la propria giurisdizione in Cina). Seguendo la scia dell’Inghilterra, anche le altre potenze occidentali come Francia, Stati Uniti e Russia pretesero concessioni simili. Questi “trattati ineguali”, come verranno chiamati in seguito, aprono secondo molti storici l’età moderna in Cina e con essa uno dei capitoli più traumatici della sua storia.

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