• Giorgio Battaia

Le guerre dell’oppio: Europei narcotrafficanti - II parte

Nonostante la grande considerazione che gli storici le danno, la schiacciante ed umiliante sconfitta nella prima guerra dell’oppio, per il governo dei Qing non era un grossissimo problema: i vertici non controllarono gli Europei, né li attaccarono, ma cercarono di calmarli con l’accondiscendenza. Del resto in contemporanea le continue migrazioni interne e le guerre separatiste di Mongoli, Tibetani, Uiguri, Miao, Lolo, Yao logoravano l’impero mondiale. Nelle province meridionali intanto un certo Hong Xiuquan dichiarò di essere il fratello minore di Gesù (dopo un delirio dovuto ad un insuccesso negli esami per letterati) e fondò la setta degli “Adoratori di Dio”, basata su un’ideologia che pareva un’accozzaglia di riti cristiani, teorie radicalmente egualitarie ed un profondo odio verso le tradizioni, l’oppio, l’alcool e il gioco d’azzardo. L'obiettivo era la creazione del Taiping ianguo (Regno celeste della grande pace). Così il popolo, drasticamente impoverito, trovò una giustificazione per scatenarsi nella rivolta. Partirono dal Guanxi e arrivarono fino a Nanjing, la loro “capitale celeste”, ma non riuscirono ad andare oltre. Del resto neanche i Qing riuscirono a scalfirli: così praticamente tutta la Cina sotto lo Yangzi rimase sotto i Taiping fino al 1864, quando furono le elité cinesi meridionali, rifugiatesi a Shanghai, a riuscire a sedare dopo 16 anni la rivolta, grazie ad un cospicuo aiuto di Inglesi e Francesi. Non si può certo dire che il governo cinese navigasse in buone acque ed è proprio dal mare che ritornarono i problemi. Infatti nel 1854 il bilancio import-export tra Cina e Inghilterra era di 9:1, quindi gli Inglesi importavano nove volte la merce che esportavano (principalmente avevano bisogno di tè e seta). Con un bilancio commerciale del genere non riuscivano a finanziare le colonie indiane. Come potevano invertire il bilancio? Cosa avevano gli inglesi che interessava ai mercati cinesi? L’oppio era chiaramente la soluzione più semplice al problema, però per aumentare il giro d’affari dovettero forzare ancora un po’ la mano. Dunque, nel 1856, l’Impero della Regina scatenò una nuova guerra contro la Cina, utilizzando come pretesto un incidente di scarsa importanza (le autorità cinesi avevano ammainato una bandiera inglese da una nave dopo un arresto per contrabbando); di lì a poco si sarebbero uniti anche i Francesi con la scusa dell’uccisione di un missionario. Partendo da Guangzhou, questa volta le flotte occidentali fecero rotta direttamente su Beijing, ed occuparono Tianjin, il porto della capitale, con grande facilità. Proprio a Tianjin fu firmato nel 1858 un umiliante trattato di pace: l’accreditamento degli ambasciatori a Beijing, l’apertura di altri porti, il libero movimento degli stranieri in Cina, l’ulteriore abbassamento dei dazi, elevati risarcimenti di guerra ed infine la completa legalizzazione dell’oppio. A causa dell’esitazione dell’imperatore Xianfeng gli europei mandarono contro Beijing 18 000 soldati, che nel 1860 occuparono la capitale. Qui i contingenti occidentali compirono uno degli atti di maggior barbarie che la Cina ricordi: mentre le truppe inglesi mettevano a ferro e fuoco un’area cittadina vasta 150 ettari, quelle francesi saccheggiarono il Palazzo d’Estate, la miglior rappresentazione dell’impero che nel XVIII secolo aveva tanto affascinato il mondo, in primis i filosofi illuministi. Così l’intellettuale Victor Hugo denuncia in una lettera l’atrocità perpetrata ad una “meraviglia del mondo”: “C’era tutto quello che la fantasia di un popolo quasi oltreumano poteva produrre [...] in breve, immaginate un luogo scintillante della fantasia umana in forma di templi e palazzi: ecco cos’era questo monumento [...] Questo prodigio è svanito in un giorno.” Oggi solo le rovine dei palazzi perdurano, costruiti anche dai gesuiti alla corte cinese. Questo simbolo, ultimo, della grandiosità imperiale, dove si recavano emissari di tutto il mondo per portare tributi era stato distrutto. Il cuore dei Qing era stato distrutto. La dinastia tentò la rianimazione per 52 anni, fino al 1912, quando il rivoluzionario Sun Yat-sen proclamò la Repubblica Cinese. L’importazione dell’oppio si era fermata poco prima, ma solo perché ormai la produzione interna riusciva a coprire autonomamente il mercato. Con la repubblica venne anche l’abolizione del “libero commercio del veleno”, come l’aveva definito Marx, così il traffico passò alle organizzazioni criminali che produssero anche i derivati più pericolosi come morfina ed eroina, segnando in tal modo il momento più buio dell’epidemia. Ma i criminali non erano gli unici che guadagnavano dal traffico di oppiacei: durante il periodo di anarchia, che si generò nel grembo della repubblica, tutti, dai signori della guerra al Partito Nazionalista di Chiang Kai-shek, passando per il Partito Comunista e i Giapponesi, commerciavano droga, traendone enormi risorse finanziare. Il problema si risolse solo nel 1950 con l’ascesa al potere del Partito Comunista Cinese, che proclamò il 24 febbraio: “Da più di cent’anni gli imperialisti sono entrati nel nostro paese e vi hanno introdotto con la forza l’oppio arrecando gravissimi danni. [...] Ora che il popolo è interamente libero, a difesa della salute del popolo e per aumentare la produzione noi emaniamo una legge che vieta severamente l’oppio e le altre droghe” Ed effettivamente il nuovo ordine riuscì nell’intento di distruggere i traffici dell’oppio, fin’ora.

5 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti