• Lucrezia Corbetta

Narrazione tossica degli atti di misoginia nel giornalismo

È purtroppo ancora molto diffusa l’idea secondo cui sessismo e disuguaglianze di genere siano problemi superati, appartenenti al passato.

Questa visione si basa sulle recenti e progressive conquiste in ambito politico-sociale e l’emancipazione ottenute dalle donne. Nonostante ciò, i casi di violenza sono ancora notevolmente diffusi ed è preoccupante come si tenda a minimizzare questi eventi, riducendo il colpevole a una persona cattiva, a un mostro e, di conseguenza, ignorando il ruolo del sistema patriarcale in cui viviamo ogni giorno. Questo comportamento è visibile nella narrazione sbagliata da parte dei giornalisti di atti di violenza sulle donne.

Partendo dalla scelta delle fotografie; quando avviene un caso di femminicidio i giornalisti hanno la brillante idea di scegliere un’immagine che ritrae la vittima e il suo carnefice insieme, in un momento di serenità, per mostrare il loro rapporto tranquillo di un tempo. Oppure, nel caso di una violenza, quella del presunto stupratore in atteggiamenti sensuali, da “belloccio”, quasi come se il lettore dovesse trovarlo attraente. Anche questa è violenza.

Proseguendo, troviamo termini inappropriati per riferirsi alle persone coinvolte: diminutivi fuori luogo (la ragazzina e il fidanzatino), riferimenti al “raptus di gelosia”, che deresponsabilizza il colpevole, espressioni come “orchi”, “mostri” che sollevano la società dalle sue colpe, perché non sono “bestie”, ma uomini.

Per quanto riguarda la vittima della violenza, si tende a scaricare su di lei la colpa, specificando inutilmente il modo in cui era vestita o il suo stato di alterazione; questo fenomeno è meglio conosciuto come “victim blaming" o “colpevolizzazione della vittima”.

Per finire, sono svariati gli articoli incentrati completamente incentrati su chi ha compiuto la violenza, riportando dichiarazioni dello stesso successive al fatto, come “La amo ancora”, “Voleva lasciarmi” allo scopo di provare empatia nei suoi confronti.

Per concludere, analizziamo un fatto recente: la giornalista Greta Beccaglia, mentre commentava in diretta i risultati della partita Empoli-Fiorentina, giocata il 27 novembre, è stata importunata da alcuni ragazzi di passaggio. Ciò che ha lasciato più allibiti, però, sono state le parole del conduttore: “non te la prendere” sottintendendo “è una ragazzata".

No, non è una ragazzata.

È un uomo che rimane in silenzio davanti a una violenza.

L’ennesimo individuo che perpetua la cultura dello stupro, nella quale quest’ultimo e altre forme di violenza sessuale sono comuni, e in cui gli atteggiamenti prevalenti, le norme, le pratiche e atteggiamenti dei media, normalizzano, minimizzano, o addirittura incoraggiano lo stupro e altre violenze di genere.

Lo stupro non è dettato da desiderio o da impulsi sessuali, ma è abuso di potere.


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