• Francesco De Marte

Parte VI - La rivoluzione dei popoli

Terminato il periodo estivo, ormai diciannovenne decisi di iscrivermi all’ateneo di Vienna. In quel periodo l’università era il luogo del rinnovamento per eccellenza non solo scientifico e letterario ma soprattutto politico e sociale.

Quasi subito entrai in una ristretta cerchia di giovani, all’incirca miei coetanei, spinti dalla ricerca di libertà e giustizia sociale. Ovviamente eravamo malvisti e spesso anche pedinati dalla polizia ma per quegli ideali eravamo pronti a morire. Un uomo quando spinto da un ideale andrà sempre contro tutti e tutto pur di non rinunciarvi perché? Perché rinunciando a quel suo ideale morirebbe lo stesso.

Era il 1848, era l’anno della rivoluzione dei popoli, le nazioni di mezza Europa si rivoltano contro le ormai vetuste dinastie di “diritto divino”. Si combatteva al grido di libertà dopo cinquant’anni la parola libertà tornava ad essere un grido di battaglia non solo come all’epoca francese ma ormai europeo. Si voleva un mondo giusto, libero dove il proprio stato di nascita non fosse un marchio. Ma ancora i tempi non erano maturi. Tutto si concluse nel sangue, i fratelli uccisero i fratelli.

Quel 17 maggio credevamo d’avercela fatta che il nostro sogno si stava per realizzare, la famiglia imperiale, dopo giorni di guerriglia per le strade di Vienna dove contadini, studenti, bottegai e nullafacenti tennero testa ad un intero esercito, lasciava la capitale per riparare a Imsbruch. Il prezzo di quel sogno fu assai caro ma seppur la visione di quel cielo azzurro e il rosso sanguigno delle strade destava sconcerto in noi ritenevamo fosse giusto si diceva “E’ necessario. E’ il giusto prezzo”. Soprattutto dopo la fuga dell’Imperatore sembrava confermare la nostra idea. Quella sera e quella notte fino al mattino su Vienna aleggiava lo spirito ebro di Bacco e dalla città si alzavano canti festosi. Ma non era altro che il canto del cigno che presto fu sostituito dal quello lamentoso delle vedove e degli orfani. A metà agosto l’Imperatore rientrò in città ma solo dopo aver inviato il suo fedele cagnaccio, il feldmaresciallo Windisch-Graetz a spianare la strada a colpi di cannonate macellando come bestie i rivoltosi rei di essere sognatori e di desiderare un mondo migliore.

La maggior parte di noi ribelli restò a terra, senza la possibilità di una degna sepoltura, lasciati lì dove caduti come monito. Quei poveri sventurati ancora vivi, invece, finirono chi in carcere, come me, e chi tra le montagne per sfuggire alla polizia.

Tutto in frantumi perché i tempi non erano maturi, perché ancora eravamo troppo pochi a crederci davvero. Ecco come finisce la vita a diciott’anni con una pallottola o una cannonata in petto, quando si è fortunati o tra atroci sofferenze quando per sfortuna il colpo non è fatale immediatamente. Ma in contro alla morte si andava sorridenti spinti ancora da quell’ideale fino all’estremo sacrificio convinto che qualcuno un giorno beneficerà di ciò. Coraggio o incoscienza, il confine è labile l’unica cosa certa: quell’anno al campo santo furono portati più giovani che vecchi.


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