• Francesco De Marte

Parte VII - Prigionia

Mi ritrovavo in questa putrida e terribile prigione. Dove la pietà non era un sentimento che poteva essere provato, dove i ratti non erano più animali pestiferi ma quasi amici, dove un tozzo di pane e un poco d’acqua erano un lusso, dove la nostra umanità non poteva essere contemplata perché ci avrebbe resi inabili alla vita e dunque era sostituita da una profonda, terribile bestialità che accomunava non solo i prigionieri ma anche le guardie, dove ormai avevo dimenticato i colori del mondo. Di quel buio periodo mi è rimasto solo un piccolo scritto:

O dilettosa Luna eburnea

Tu che t’ergi rosea incurante

delle sofferenze mie, argentea

muta ristai sempre giudicante.

Io a Te solamente l’anima rea

spinta al bene da ideal anelitante

schiudo e confido, o argentea

ma ancora t’ergi incurante.

Lo spirito affannato libertà

esige e io saziar nol posse

fin tanto che il gelo ai polsi

dei duri vincoli non discosti.

Presto per scagionar irò a Minosse.

Lo spirito pretende Libertà.

Decisi di tagliarmi le vene ma la Provvidenza mandò sulla mia strada un salvatore.

In quel lugubre luogo ritrovai un raggio di quella luce non più concessa alla vista mia.

Si chiamava Paul Von Friederich, apparteneva ad una delle più antiche e nobili stirpi d’Austria, ma egli non sopportava, come me, l’ingiustizia che sovrastava le leggi di questo mondo e avrebbe dato la vita per cambiarle, non pensava a sé ma all’intera umanità spinto da un sentimento ardente di lasciare ai posteri un mondo migliore di quello in cui egli aveva lottato.

Era un giovane la cui vita palpitava e fuoriusciva dal suo corpo con prepotenza, era alto dal fisico quasi scultorio e dalla pelle chiara, seppur ora annerita dalla sudicia condizione in cui versavamo, i suoi capelli come spighe bionde di grano al sole di fine giugno. Negli occhi suoi d’un sereno e quieto ceruleo mi perdevo come se stessi osservando un cielo estivo.

Quando dentro quella macabra prigione mi risolsi di anticipare la mia matrigna sorte, tagliandomi le vene ai polsi con il bordo d’un piatto di latta affilato per settimane egli fu l’unico a soccorrermi e seppur fosse inverno, la neve entrasse dalle piccole grate nelle celle e avessimo addosso solo le camicie estive con i quali fummo catturati, egli non esito a far brandelli della sua per legare i polsi e fermare l’emorragia.

Essendo ormai chiaro che l’unico modo affinché noi potessimo uscire da lì sarebbe stato solo all’interno di sacchi di stuoia che ci avrebbe portato ad un’ignobile sepoltura in una fosse comune decidemmo di fare un l’extrema ratio e di organizzare la fuga.


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